Psicologia relazionale di un gatto nero

Le relazioni tra esseri gli umani e gli animali da compagnia, e talvolta anche le relazioni tra esseri umani, vengono descritte in termini di possesso. Per i cani e i gatti esiste anche un certificato di proprietà, che definisce in termini legali chi ne sia il proprietario. Anche quando parliamo di altri tipi di relazione possiamo dire senza sensi di colpa “mio figlio”, “mio marito”, “mia mamma” e anche senza il famoso certificato quel “mio” rafforza nel racconto la descrizione del legame affettivo in essere.

Cosa succederebbe se un gatto nero, non mio, decidesse che la mia casa è anche casa sua? Iniziando questo tipo di convivenza non scelta da me, per una sorta di proprietà transitiva, vivendo nel mio giardino, il gatto diventa mio? O io divento di proprietà del gatto?

C’era una volta un gatto nero, che aveva scelto come domicilio un giardino, il giardino non apparteneva alla casa del suo legittimo padrone, ma ad un’altra famiglia. La famiglia sapeva che il gatto non era suo, d’altro canto l’insistenza ronfante del felino non ammetteva repliche. La relazione tra il gatto e la famiglia è una non-relazione, non è definita da regole o responsabilità precise, ma al tempo stesso esiste per la sua continuità nel tempo e per la ricchezza esperienziale che genera.

Quando facciamo riferimento alla psicologia del non-finito (per saperne di più, vedi questo articolo), pensiamo anche a tutte le relazioni “non finite”, che sono fonte di nutrimento affettivo, ci danno la possibilità di provare emozioni e di vivere esperienze, ma che non sono definite da un senso di proprietà dell’altro e non includono l’esclusività del rapporto.

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