Dott. Alessandro Mascherpa
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Fatecicaso.it
Tra mito e realtà
La costruzione della conversazione all'interno della famiglia

Di Alessandro Mascherpa e Maria Chiara Gozellino.
   
   
 

“Un tempo la terra fu avvolta da un grande senso di vuoto. Stava aspettando. Aspettava di essere riempita. Aspettava qualcuno che l’amasse. Aspettava un capo.

Un giorno un giovane uomo venne chiamato. Quando arrivò fu accolto con gioia. Il suo nome era Paikea. Giunse sul dorso di una balena, da lui discende il nostro popolo. Nelle nuove generazioni il primogenito è sempre stato un maschio ed è il primogenito che è destinato ad essere il nostro capo.
Non ci fu gioia quando nacqui: mio fratello gemello morì, e con lui nostra madre.”
 
Tratto dal film “La ragazza delle balene” (Germania/Nuova Zelanda, 2002)
 

LA FAMIGLIA COME UNITA’ CULTURALE
Non è facile definire il concetto di famiglia, soprattutto in un periodo in cui i cambiamenti socio-culturali impongono a qualsiasi tipo di definizione un’estrema flessibilità e un carattere assolutamente provvisorio. Se possiamo definire “temporaneamente” la famiglia come “Un gruppo di persone che condivide una storia unito da un legame di sangue o da un impegno di accudimento reciproco” (Minuchin, Lee, Simon, 1996), e possiamo sostenere insieme ad Andolfi (Andolfi, 2003) che “La storia di ogni famiglia è un complesso e singolare intreccio di storie individuali, legami intergenerazionali ed esperienze condivise”, risulta allora possibile pensare alle famiglie non solo come a semplici gruppi di individui, ma come a vere e proprie unità culturali, che creano e condividono una storia. L’insieme dei punti di vista dei singoli membri della famiglia e del loro modo di raccontare la storia familiare contribuisce alla creazione di una narrazione complessa, polifonica e multidimensionale che finisce per trascendere, nel complesso, le singole versioni. Come accade nella musica, una melodia è ben più che la somma dei suoni dei singoli strumenti.
Nelle famiglie esistono storie recenti, contemporanee, e storie passate, a volte antiche, che si tramandano di generazione in generazione, permettendo la trasmissione di valori, credenze e copioni comportamentali. I Miti familiari, con il loro bagaglio di esempi gloriosi (o in-gloriosi), le loro morali e prescrizioni più o meno esplicite, rappresentano bene questo particolare tipo di storie.
 
IL MITO FAMILIARE: UN TIPO PARTICOLARE DI NARRAZIONE
I miti familiari, secondo una definizione che viene data da Ferreira, consistono in “una serie di credenze, abbastanza ben integrate e condivise da tutti i membri della famiglia, riguardanti ciascuno di essi e le loro posizioni reciproche all’interno della vita familiare” (Ferreira, 1963 cit. in Andolfi 1987). Tali credenze si organizzano e condensano in storie che sono spesso iperboliche e ricche di elementi stupefacenti, relativi ora alla trama ora alle caratteristiche prodigiose dei suoi personaggi. Il Mito appare pertanto come contrapposto alla pura cronaca dei fatti ed è anzi spesso utilizzato dalle famiglie per colmare vuoti narrativi o riscrivere episodi poco chiari della storia familiare. Nel libro “Il cacciatore di aquiloni” di Hosseini Khaled è presente una storia mitica relativa alla giovinezza del padre del protagonista. L’impresa che valse a Baba il soprannome di “Mister Uragano” aveva infatti a che fare addirittura con una lotta a mani nude contro un orso, vinta chiaramente dall’eroico Pashtun. Questa particolare storia familiare, che  ha molto a che vedere con la virilità e il coraggio, sarà uno dei cardini su cui ruoterà l’intera vita del protagonista, segnata da una faticosa e costante oscillazione tra oblio e desiderio di redenzione.
Nel bellissimo film “Big fish” di Tim Burton il racconto iperbolico della storia paterna passa attraverso una serie di incredibili imprese che contribuiscono alla creazione di un solido Mito familiare con cui il figlio, voce narrante del film, deve fare i conti. La storia raccontata comincia con una premessa che mette in guardia lo spettatore sulla natura della narrazione stessa e la connota come mitica: “Nel raccontare la storia della vita di mio padre è impossibile separare la realtà dalla fantasia, l’uomo dal mito. Il meglio che io posso fare è raccontarla come lui l’ha raccontata a me. Non sempre ha un senso, e quasi mai è veritiera, ma questa storia è una storia così!”.
Spesso anche in terapia ci si imbatte in storie tanto iperboliche da apparire a chiunque, tranne che ai membri stessi della famiglia, palesemente inverosimili. Sembra esistere tra i due modi di percepire la storia raccontata dalla famiglia lo stesso rapporto che Bateson descrive parlando di metafore e sacramenti: ciò che per alcuni è metafora, e cioè palesemente allusivo ma non reale, per altri è sacramento, e cioè parte essenziale della realtà stessa (Bateson, 1977).
Qualche anno fa abbiamo conosciuto una famiglia che aveva deciso di chiedere una terapia per un problema di Marta, una ragazza adolescente. La ragazza, primogenita, aveva sofferto molto la nascita del fratellino, di dieci anni più giovane di lei. In questa famiglia era molto presente il Mito del nonno paterno, agricoltore talmente dedito all’attività dell’azienda di famiglia da lavorare instancabilmente nei campi per anche 16 ore di fila, talmente forte da sollevare da solo un vitello, talmente “uomo” da fare colazione con una pagnotta e un fiasco di vino. La morte prematura di questo titanico personaggio, avvenuta a causa di un problema cardiaco, l’aveva reso ancora più mitico e intoccabile. Nell’arco della terapia familiare fu possibile ricostruire come la delusione di Marta per la nascita del fratello, e il suo conseguente “ritiro”, fossero connessi a questo Mito. Essendo lei femmina, l’eredità familiare le era stata sottratta dal padre subito dopo la nascita del figlio maschio. Marta, educata dal padre come un maschiaccio secondo i valori del Mito familiare, si era ritrovata improvvisamente ignorata poiché il fratellino (segretamente desiderato dal padre) era stato immediatamente investito come “legittimo erede”. Nel suggestivo film “La ragazza delle balene”, una ragazzina Maori lotta instancabilmente per decostruire un antico Mito del suo popolo, secondo cui la possibilità di essere un “capo” veniva data solo al maschio primogenito. Proprio come Pai, la protagonista del film, anche Marta, in una cultura completamente differente ma altrettanto rigida, doveva fare i conti con un Mito che prevedeva “l’ascesa al trono” di un maschio, indipendentemente dalle qualità personali possedute. In situazioni come queste, quando cioè il Mito familiare risulta essere un forte vincolo per la famiglia, il lavoro terapeutico diviene un processo di lenta decostruzione, che svincola il futuro da un passato troppo rigido e apre nuove strade da percorrere.
 
LE FUNZIONI DEL MITO: UNA LINEA GUIDA FAMILIARE
Come già visto in precedenza la funzione principale del Mito familiare sembra essere quella di trasmettere, di generazione in generazione, valori, ruoli e modalità comportamentali. Il Mito permette inoltre alla famiglia di inserire gli eventi e le scelte quotidiane all’interno di una cornice valoriale di riferimento. Quanto accade può essere allora contrapposto, sostenuto o semplicemente comparato a quanto affermato nel Mito familiare.
Un esempio concreto ci aiuterà a precisare meglio questo concetto.
Circa un paio di anni fa abbiamo conosciuto in terapia Antonio, un ragazzo che soffriva di attacchi di panico. A causa delle crisi non si poteva allontanare troppo dai suoi familiari e questo lo faceva soffrire ulteriormente, poiché si era appena laureato e aveva avuto una buona proposta di lavoro in una città a circa 200 Km da casa sua. Ricostruendo la storia della famiglia venne alla luce un forte Mito familiare collegato a un viaggio particolarmente burrascoso compiuto dal padre anni prima quando, emigrando da un paesino del sud, si era trasferito al nord per fondare un azienda oggi piuttosto florida. Tutti gli spostamenti dei vari membri della famiglia, grandi o piccoli che fossero, venivano costantemente comparati in chiave svalutativa alla gloriosa “Odissea” vissuta anni prima dal padre. Il Mito, e i valori di indipendenza, libertà e sacrificio che portava con sé, condizionava molte delle scelte della famiglia che venivano lette unicamente attraverso quella lente. Di conseguenza anche il viaggio di Antonio era pesantemente caricato di valori aggiuntivi che avevano molto a che vedere con il suo essere forte, libero e indipendente, ma contemporaneamente solo e lontano da casa.

Un altro compito svolto dal Mito familiare è quello di creare e mantenere, proprio attraverso la condivisione di una storia comune, la coesione all’interno di un gruppo. Questo concetto può essere ben esemplificato dalla storia narrata nel film “The Village”. L’unità della comunità in cui vivono i protagonisti viene garantita proprio da un Mito collettivo riguardante alcune creature misteriose e feroci che si aggirano nella foresta al di fuori del villaggio. Nessuno si può allontanare dal Villaggio a causa del timore di essere ucciso e divorato dai mostri che stanno fuori. La vita del Villaggio e dei suoi abitanti viene scandita quotidianamente da pratiche e rituali dovuti alla presenza delle mitiche creature. Una storia fantastica che ricalca tuttavia quanto accade in molte famiglie che ruotano attorno a Miti che costruiscono il mondo esterno alla famiglia come mortifero, terribile e pericoloso.
 
MITO, VALORI E POSIZIONE DEI FAMILIARI
In precedenza è stato sottolineato come i valori familiari passino di generazione in generazione tramite la narrazione dei Miti familiari, è tuttavia importante notare ora come il Mito familiare, esaltando alcuni comportamenti e alcuni schemi di pensiero, finisca implicitamente per svalutarne gli opposti. Nella famiglia di Antonio, di cui si è parlato sopra, venivano ad esempio prevalentemente esaltati tutti i comportamenti connessi all’indipendenza, al viaggiare, all’allontanarsi da casa, al crescere forti e soli in terra straniera,  mentre finivano per essere abbracciati da una esigua minoranza e per lo più screditati tutti quelli collegati all’idea di rimanere in casa, vicini ai genitori, in qualche modo protetti e connessi agli altri. Ogni membro della famiglia può pertanto decidere se e in quale misura aderire od opporsi ai valori del Mito, scegliendo la propria posizione relazionale all’interno di un continuum sfumato di gradazioni e, di conseguenza, il modo di com-porsi con gli altri. Come sostiene Ugazio: “La conversazione nella famiglia, come in ogni altro gruppo con storia, è organizzata entro polarità di significato antagoniste […] Ciascun membro della famiglia costruisce la conversazione all’interno di una struttura semantica di salienza condivisa, formata di regola da alcune polarità semantiche. Le polarità definiscono ciò che è semanticamente rilevante per ciascun gruppo”(Ugazio, 1998).
Non è pertanto raro, ascoltando le storie delle famiglie, scoprire veri e propri schieramenti organizzati attorno ai valori centrali per la vita familiare. Il palcoscenico relazionale delle storie familiari si riempie allora di virtuosi e pecore nere, di coraggiosi e pavidi, di egoisti e altruisti, di sante e sgualdrine, di veri uomini e mezze tacche a seconda degli aspetti semantici prevalenti in un dato periodo all’interno della famiglia. Tali posizioni, fortunatamente, non sono tuttavia immutabili e seguono il flusso del tempo e delle alleanze (o delle coalizioni) che si stabiliscono di volta in volta tra i vari protagonisti, lasciando sempre lo spazio a un possibile, per quanto a volte molto difficile, riposizionamento.
Anche il mito stesso, come del resto accade a tutte le storie, è soggetto a mutazioni. Passando di bocca in bocca, di generazione in generazione, non è raro accorgersi che aspetti enfatizzati in una prima narrazione vengono lasciati in ombra in una seconda per dare spazio ad altri valori, più in sintonia con il presente.
 
IL MITO TRA VINCOLO E RISORSA
La conoscenza dei propri miti familiari permette di collocare alcuni comportamenti legati al presente di un singolo individuo all’interno di una storia più ampia, che si snoda di generazione in generazione, creando un senso di continuità e appartenenza. E’ veramente sorprendente (e ogni volta emozionante) scoprire come ricostruendo le storie delle famiglie, risalendo controcorrente il fiume generazionale, si possano ritrovare puntualmente ricorrenze, coincidenze e ridondanze narrative che connettono, spesso in modo quasi incredibile, il passato al presente. Il Mito, come narrazione intergenerazionale, può allora essere visto anche come una cornice semantica sovraordinata, rispetto alla storia attuale portata dalla famiglia, che permette di recuperare il senso di pensieri e azioni, collocandoli all’interno di una narrazione di più ampio respiro.
Il Mito tuttavia, nel momento in cui cristallizza le posizioni degli attori e li vincola a ripetere all’infinito comportamenti disadattivi o patogeni, può anche divenire un’eterna prigionia, che priva gli individui e le famiglie della possibilità di cambiare, di evolvere, di fronteggiare eventi difficili e di sperimentare nuove forme di equilibrio. Diviene allora, come nel caso di Marta o di Pai, una profezia nefasta a cui rassegnarsi o contro cui combattere, un destino già scritto che non lascia scampo e scrive, un attimo prima della loro stessa creazione, le pagine di una storia che non vale la pena di essere vissuta e raccontata.
Può allora essere utile giocare con i Miti familiari, riconoscendoli, accettandoli per quello che sono e decidendo di volta in volta di aderirvi o di prenderne le distanze, in una danza fluida e oscillante che accompagni la ricerca di quel compromesso tra senso di appartenenza e autonomia che caratterizza la vita di noi tutti. “Questo “uscire ed entrare”, “separarsi ed appartenere” rappresentano una sorta di ginnastica che permette a ciascuno di affermare la propria individualità (acquisendo sempre di più una posizione “Io” rispetto al sistema dei valori familiari), ma al contempo di sentirsi libero di rientrare a far parte del gruppo senza sentimenti di colpa o di tradimento da parte sua e senza che il resto della famiglia lo rifiuti come diverso” (Andolfi, Angelo, 1985).
 
UNA METAFORA  CONCLUSIVA
Se paragoniamo la Storia di una famiglia a una melodia, le varie storie raccontate da ciascun membro della famiglia divengono i suoni dei singoli strumenti che interpretano, ciascuno a modo proprio e con la propria “voce”, la musica familiare. E’ allora possibile intendere il Mito familiare come un tema principale, che ritorna in vari momenti della melodia, declinato in differenti modalità, con aggiunte, semplificazioni, “virtuosismi” e cambi di registro. Ogni strumento racconta la propria versione del Mito, aderendo o discostandosi da esso, reinventandolo secondo le proprie caratteristiche individuali, ma ponendosi comunque in relazione a esso e agli altri strumenti.

BIBLIOGRAFIA

 
Andolfi M., Angelo C., “Famiglia e individuo in una prospettiva trigenerazionale” Terapia Familiare n. 19, A.P.F., Roma, 1985


Andolfi, M. Angelo, C. “Tempo e Mito nella psicoterapia familiare”, Bollati Boringhieri, Torino, 1987


Andolfi, M.Manuale di psicologia relazionale - La dimensione familiare”, Accademia di  Psicoterapia della famiglia, Roma, 2003


Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, Milano, 1977 (Ediz. Orig. 1972)


Hosseini K., “Il cacciatore di aquiloni”, Piemme Ed., Milano, 2004

Minuchin S., Lee W-J, Simon G., “Lavorare con le famiglie”, Franco Angeli, Milano, 1999 (Ediz. Orig. 1996)


Ugazio V.Storie permesse, storie proibite”, Bollati Boringhieri, Torino, 1998

 

FILMOGRAFIA


Big Fish” di Burton T., USA 2003

La ragazza delle balene” di Karo N., Nuova Zelanda 2002


The Village” di Night Shyamalan M., USA 2004
 
 
   

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