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“Un tempo la terra fu avvolta da un grande senso di vuoto.
Stava
aspettando. Aspettava di essere riempita. Aspettava qualcuno che
l’amasse.
Aspettava un capo.
Un
giorno un giovane uomo venne chiamato. Quando arrivò fu
accolto con
gioia. Il suo nome era Paikea. Giunse sul dorso di una balena, da lui
discende
il nostro popolo. Nelle nuove generazioni il primogenito è
sempre stato un
maschio ed è il primogenito che è destinato ad
essere il nostro capo.
Non
ci fu gioia quando nacqui: mio fratello gemello morì, e con
lui
nostra madre.”
Tratto dal film “La
ragazza delle balene” (Germania/Nuova Zelanda,
2002)
LA
FAMIGLIA COME
UNITA’ CULTURALE
Non
è
facile definire il concetto
di famiglia, soprattutto in un periodo in cui i cambiamenti
socio-culturali
impongono a qualsiasi tipo di definizione un’estrema
flessibilità e un
carattere assolutamente provvisorio. Se possiamo definire
“temporaneamente” la
famiglia come “Un gruppo di persone che
condivide una storia unito da un legame di sangue o da un impegno di
accudimento
reciproco” (Minuchin, Lee, Simon, 1996), e possiamo sostenere
insieme ad
Andolfi (Andolfi, 2003) che “La storia di ogni famiglia
è un complesso e
singolare intreccio di storie individuali, legami intergenerazionali ed
esperienze condivise”, risulta
allora possibile pensare alle famiglie non solo come a semplici gruppi
di
individui, ma come a vere e proprie unità culturali, che
creano e condividono
una storia. L’insieme dei punti di vista dei singoli membri
della famiglia e
del loro modo di raccontare la storia familiare contribuisce alla
creazione di
una narrazione complessa, polifonica e multidimensionale che finisce
per
trascendere, nel complesso, le singole versioni. Come accade nella
musica, una
melodia è ben più che la somma dei suoni dei
singoli strumenti.
Nelle
famiglie
esistono storie
recenti, contemporanee, e storie passate, a volte antiche, che si
tramandano di
generazione in generazione, permettendo la trasmissione di valori,
credenze e
copioni comportamentali. I Miti familiari, con il loro bagaglio di
esempi
gloriosi (o in-gloriosi), le loro morali e prescrizioni più
o meno esplicite,
rappresentano bene questo particolare tipo di storie.
IL MITO
FAMILIARE:
UN TIPO
PARTICOLARE DI NARRAZIONE
I miti
familiari,
secondo una
definizione che viene data da Ferreira, consistono in “una
serie di credenze, abbastanza ben integrate e condivise da tutti i
membri della famiglia, riguardanti ciascuno di essi e le loro posizioni
reciproche all’interno della vita familiare”
(Ferreira, 1963 cit. in
Andolfi 1987). Tali credenze si organizzano e condensano in storie che
sono
spesso iperboliche e ricche di elementi stupefacenti, relativi ora alla
trama
ora alle caratteristiche prodigiose dei suoi personaggi. Il Mito appare
pertanto come contrapposto alla pura cronaca dei fatti ed è
anzi spesso
utilizzato dalle famiglie per colmare vuoti narrativi o riscrivere
episodi poco
chiari della storia familiare. Nel libro “Il cacciatore di
aquiloni” di
Hosseini Khaled è presente una storia mitica relativa alla
giovinezza del padre
del protagonista. L’impresa che valse a Baba il soprannome di
“Mister Uragano”
aveva infatti a che fare addirittura con una lotta a mani nude contro
un orso, vinta
chiaramente dall’eroico Pashtun. Questa particolare storia
familiare, che ha molto a che vedere con la
virilità e il
coraggio, sarà uno dei cardini su cui ruoterà
l’intera vita del protagonista,
segnata da una faticosa e costante oscillazione tra oblio e desiderio
di
redenzione.
Nel
bellissimo
film “Big fish” di Tim Burton il racconto
iperbolico della storia paterna passa attraverso una serie di
incredibili imprese
che contribuiscono alla creazione di un solido Mito familiare con cui
il
figlio, voce narrante del film, deve fare i conti. La storia raccontata
comincia con una premessa che mette in guardia lo spettatore sulla
natura della
narrazione stessa e la connota come mitica: “Nel raccontare
la storia della vita di mio padre è impossibile separare
la realtà dalla fantasia, l’uomo dal mito. Il
meglio che io posso fare è
raccontarla come lui l’ha raccontata a me. Non sempre ha un
senso, e quasi mai
è veritiera, ma questa storia è una storia
così!”.
Spesso
anche in
terapia ci si
imbatte in storie tanto iperboliche da apparire a chiunque, tranne che
ai
membri stessi della famiglia, palesemente inverosimili. Sembra esistere
tra i
due modi di percepire la storia raccontata dalla famiglia lo stesso
rapporto
che Bateson descrive parlando di metafore
e sacramenti: ciò che per alcuni è
metafora, e cioè palesemente allusivo ma non reale, per
altri è sacramento, e
cioè parte essenziale della realtà stessa
(Bateson, 1977).
Qualche
anno fa
abbiamo
conosciuto una famiglia che aveva deciso di chiedere una terapia per un
problema di Marta, una ragazza adolescente. La ragazza, primogenita,
aveva
sofferto molto la nascita del fratellino, di dieci anni più
giovane di lei. In
questa famiglia era molto presente il Mito del nonno paterno,
agricoltore
talmente dedito all’attività
dell’azienda di famiglia da lavorare
instancabilmente nei campi per anche 16 ore di fila, talmente forte da
sollevare da solo un vitello, talmente “uomo” da
fare colazione con una
pagnotta e un fiasco di vino. La morte prematura di questo titanico
personaggio, avvenuta a causa di un problema cardiaco,
l’aveva reso ancora più
mitico e intoccabile. Nell’arco della terapia familiare fu
possibile
ricostruire come la delusione di Marta per la nascita del fratello, e
il suo
conseguente “ritiro”, fossero connessi a questo
Mito. Essendo lei femmina, l’eredità
familiare le era stata sottratta dal padre subito dopo la nascita del
figlio maschio.
Marta, educata dal padre come un maschiaccio secondo i valori del Mito
familiare, si era ritrovata improvvisamente ignorata poiché
il fratellino (segretamente
desiderato dal padre) era stato immediatamente investito come
“legittimo
erede”. Nel suggestivo film “La ragazza delle
balene”, una ragazzina Maori
lotta instancabilmente per decostruire un antico Mito del suo popolo,
secondo
cui la possibilità di essere un “capo”
veniva data solo al maschio primogenito.
Proprio come Pai, la protagonista del film, anche Marta, in una cultura
completamente differente ma altrettanto rigida, doveva fare i conti con
un Mito
che prevedeva “l’ascesa al trono” di un
maschio, indipendentemente dalle
qualità personali possedute. In situazioni come queste,
quando cioè il Mito
familiare risulta essere un forte vincolo per la famiglia, il lavoro
terapeutico diviene un processo di lenta decostruzione, che svincola il
futuro da
un passato troppo rigido e apre nuove strade da percorrere.
LE FUNZIONI
DEL
MITO: UNA LINEA
GUIDA FAMILIARE
Come
già visto in precedenza la
funzione principale del Mito familiare sembra essere quella di
trasmettere, di
generazione in generazione, valori, ruoli e modalità
comportamentali. Il Mito
permette inoltre alla famiglia di inserire gli eventi e le scelte
quotidiane
all’interno di una cornice valoriale di riferimento. Quanto
accade può essere
allora contrapposto, sostenuto o semplicemente comparato a quanto
affermato nel
Mito familiare.
Un esempio concreto ci aiuterà a precisare
meglio questo
concetto.
Circa
un paio di anni fa abbiamo conosciuto in terapia
Antonio, un
ragazzo che soffriva di attacchi di panico. A causa delle crisi non si
poteva
allontanare troppo dai suoi familiari e questo lo faceva soffrire
ulteriormente,
poiché si era appena laureato e aveva avuto una buona
proposta di lavoro in una
città a circa 200 Km da casa sua. Ricostruendo la storia
della famiglia venne
alla luce un forte Mito familiare collegato a un viaggio
particolarmente
burrascoso compiuto dal padre anni prima quando, emigrando da un
paesino del
sud, si era trasferito al nord per fondare un azienda oggi piuttosto
florida.
Tutti gli spostamenti dei vari membri della famiglia, grandi o piccoli
che
fossero, venivano costantemente comparati in chiave svalutativa alla
gloriosa
“Odissea” vissuta anni prima dal padre. Il Mito, e
i valori di indipendenza,
libertà e sacrificio che portava con sé,
condizionava molte delle scelte della
famiglia che venivano lette unicamente attraverso quella lente. Di
conseguenza
anche il viaggio di Antonio era pesantemente caricato di valori
aggiuntivi che
avevano molto a che vedere con il suo essere forte, libero e
indipendente, ma
contemporaneamente solo e lontano da casa.
Un altro
compito
svolto dal Mito
familiare è quello di creare e mantenere, proprio attraverso
la condivisione di
una storia comune, la coesione all’interno di un gruppo.
Questo concetto può
essere ben esemplificato dalla storia narrata nel film “The
Village”. L’unità
della comunità in cui vivono i protagonisti viene garantita
proprio da un Mito
collettivo riguardante alcune creature misteriose e feroci che si
aggirano
nella foresta al di fuori del villaggio. Nessuno si può
allontanare dal
Villaggio a causa del timore di essere ucciso e divorato dai mostri che
stanno
fuori. La vita del Villaggio e dei suoi abitanti viene scandita
quotidianamente
da pratiche e rituali dovuti alla presenza delle mitiche creature. Una
storia
fantastica che ricalca tuttavia quanto accade in molte famiglie che
ruotano attorno
a Miti che costruiscono il mondo esterno alla famiglia come mortifero,
terribile e pericoloso.
MITO, VALORI
E
POSIZIONE DEI
FAMILIARI
In
precedenza
è stato
sottolineato come i valori familiari passino di generazione in
generazione
tramite la narrazione dei Miti familiari, è tuttavia
importante notare ora come
il Mito familiare, esaltando alcuni comportamenti e alcuni schemi di
pensiero,
finisca implicitamente per svalutarne gli opposti. Nella famiglia di
Antonio,
di cui si è parlato sopra, venivano ad esempio
prevalentemente esaltati tutti i
comportamenti connessi all’indipendenza, al viaggiare,
all’allontanarsi da
casa, al crescere forti e soli in terra straniera, mentre
finivano per essere abbracciati da una
esigua minoranza e per lo più screditati tutti quelli
collegati all’idea di
rimanere in casa, vicini ai genitori, in qualche modo protetti e
connessi agli
altri. Ogni membro della famiglia può pertanto decidere se e
in quale misura
aderire od opporsi ai valori del Mito, scegliendo la propria posizione
relazionale all’interno di un continuum sfumato di gradazioni
e, di
conseguenza, il modo di com-porsi con gli altri. Come sostiene Ugazio:
“La conversazione nella famiglia, come in
ogni altro gruppo con storia, è organizzata entro
polarità di significato
antagoniste […] Ciascun membro della famiglia costruisce la
conversazione
all’interno di una struttura semantica di salienza condivisa,
formata di regola
da alcune polarità semantiche. Le polarità
definiscono ciò che è semanticamente
rilevante per ciascun gruppo”(Ugazio, 1998).
Non
è
pertanto raro, ascoltando
le storie delle famiglie, scoprire veri e propri schieramenti
organizzati
attorno ai valori centrali per la vita familiare. Il palcoscenico
relazionale
delle storie familiari si riempie allora di virtuosi e pecore nere, di
coraggiosi
e pavidi, di egoisti e altruisti, di sante e sgualdrine, di veri uomini
e mezze
tacche a seconda degli aspetti semantici prevalenti in un dato periodo
all’interno della famiglia. Tali posizioni, fortunatamente,
non sono tuttavia
immutabili e seguono il flusso del tempo e delle alleanze (o delle
coalizioni)
che si stabiliscono di volta in volta tra i vari protagonisti,
lasciando sempre
lo spazio a un possibile, per quanto a volte molto difficile,
riposizionamento.
Anche il
mito
stesso, come del
resto accade a tutte le storie, è soggetto a mutazioni.
Passando di bocca in
bocca, di generazione in generazione, non è raro accorgersi
che aspetti
enfatizzati in una prima narrazione vengono lasciati in ombra in una
seconda per
dare spazio ad altri valori, più in sintonia con il
presente.
IL MITO TRA
VINCOLO
E RISORSA
La
conoscenza dei
propri miti
familiari permette di collocare alcuni comportamenti legati al presente
di un
singolo individuo all’interno di una storia più
ampia, che si snoda di
generazione in generazione, creando un senso di continuità e
appartenenza. E’
veramente sorprendente (e ogni volta emozionante) scoprire come
ricostruendo le
storie delle famiglie, risalendo controcorrente il fiume generazionale,
si
possano ritrovare puntualmente ricorrenze, coincidenze e ridondanze
narrative
che connettono, spesso in modo quasi incredibile, il passato al
presente. Il
Mito, come narrazione intergenerazionale, può allora essere
visto anche come
una cornice semantica sovraordinata, rispetto alla storia attuale
portata dalla
famiglia, che permette di recuperare il senso di pensieri e azioni,
collocandoli all’interno di una narrazione di più
ampio respiro.
Il Mito
tuttavia,
nel momento in
cui cristallizza le posizioni degli attori e li vincola a ripetere
all’infinito
comportamenti disadattivi o patogeni, può anche divenire
un’eterna prigionia,
che priva gli individui e le famiglie della possibilità di
cambiare, di
evolvere, di fronteggiare eventi difficili e di sperimentare nuove
forme di
equilibrio. Diviene allora, come nel caso di Marta o di Pai, una
profezia nefasta
a cui rassegnarsi o contro cui combattere, un destino già
scritto che non
lascia scampo e scrive, un attimo prima della loro stessa creazione, le
pagine
di una storia che non vale la pena di essere vissuta e raccontata.
Può
allora essere utile giocare
con i Miti familiari, riconoscendoli, accettandoli per quello che sono
e
decidendo di volta in volta di aderirvi o di prenderne le distanze, in
una
danza fluida e oscillante che accompagni la ricerca di quel compromesso
tra
senso di appartenenza e autonomia che caratterizza la vita di noi
tutti. “Questo “uscire ed entrare”,
“separarsi ed
appartenere” rappresentano una sorta di ginnastica che
permette a ciascuno di
affermare la propria individualità (acquisendo sempre di
più una posizione “Io”
rispetto al sistema dei valori familiari), ma al contempo di sentirsi
libero di
rientrare a far parte del gruppo senza sentimenti di colpa o di
tradimento da
parte sua e senza che il resto della famiglia lo rifiuti come
diverso”
(Andolfi, Angelo, 1985).
UNA
METAFORA CONCLUSIVA
Se
paragoniamo la
Storia di una
famiglia a una melodia, le varie storie raccontate da ciascun membro
della
famiglia divengono i suoni dei singoli strumenti che interpretano,
ciascuno a
modo proprio e con la propria “voce”, la musica
familiare. E’ allora possibile
intendere il Mito familiare come un tema principale, che ritorna in
vari
momenti della melodia, declinato in differenti modalità, con
aggiunte, semplificazioni,
“virtuosismi” e cambi di registro. Ogni strumento
racconta la propria versione
del Mito, aderendo o discostandosi da esso, reinventandolo secondo le
proprie
caratteristiche individuali, ma ponendosi comunque in relazione a esso
e agli
altri strumenti.
BIBLIOGRAFIA
Andolfi M.,
Angelo C.,
“Famiglia e
individuo in
una prospettiva trigenerazionale” Terapia
Familiare n. 19, A.P.F., Roma, 1985
Andolfi, M.
Angelo,
C. “Tempo
e Mito nella psicoterapia familiare”, Bollati
Boringhieri,
Torino, 1987
Andolfi, M.
“Manuale
di psicologia relazionale - La dimensione familiare”,
Accademia di Psicoterapia della famiglia, Roma, 2003
Bateson G.,
“Verso
un’ecologia della mente”, Adelphi,
Milano, 1977 (Ediz. Orig. 1972)
Hosseini K.,
“Il cacciatore
di aquiloni”, Piemme Ed., Milano, 2004
Minuchin S.,
Lee
W-J, Simon G., “Lavorare con le famiglie”,
Franco Angeli,
Milano, 1999 (Ediz. Orig. 1996)
Ugazio V.
“Storie
permesse, storie proibite”, Bollati Boringhieri,
Torino, 1998
FILMOGRAFIA
“Big Fish”
di Burton T., USA 2003
“La
ragazza delle balene” di Karo N., Nuova Zelanda
2002
“The Village”
di Night Shyamalan M., USA
2004
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