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Idee, riflessioni e punti di vista
In
questa
pagina potete
trovare alcuni brevi scritti, idee e riflessioni a ruota libera
che si collocano
trasversalmente alle diverse aree.
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Promesse generazionali
C’erano una volta madri che
educavano i propri figli maschi come piccoli signori della casa. Non era
compito dei maschietti rifare i letti o aiutare in cucina, perché, diventati
grandi, avrebbero incontrato una donna che si sarebbe occupata di questi doveri
da donna, appunto.
C’erano una volta dei padri che
sognavano i figli laureati, perché avere un dottore in famiglia era prestigioso
anche per chi una laurea non se l’era potuta conquistare. Questi padri
incoraggiavano i figli dicendo: “sarete la classe dirigente di domani!”.
Questi padri e queste madri hanno
educato i propri figli in assoluta buona fede, basandosi sulle premesse sociali
e culturali del proprio presente. Queste premesse, che in quel momento
sembravano ovvie e indiscutibili, nel corso di qualche decennio sono diventate
datate e naif.
Questi figli ormai cresciuti, nel loro presente di adulti, fanno i conti
con la disillusione delle promesse tradite e delle certezze mancanti. Questi
figli ormai cresciuti, nel loro presente di genitori, potranno ancora
prefigurare un futuro così netto per le nuove generazioni? Quale futuro
immagineranno con e per i propri bambini?
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Legami/Lègami
Siamo legati. C’è un legame. C’è un vincolo.
Quando ci riferiamo alle relazioni umane spesso la lingua
utilizza dei termini che non lasciano molto all’immaginazione. Quali altre
parole si potrebbero usare? C’è un dizionario dei sinonimi delle relazioni
affettive? Provandoci possiamo parlare di connessioni emotivamente
significative, persone importanti, affetti… Ma non appena cerchiamo di definire
una certa vicinanza o interconnessione arriva “la corda” che ci lega a doppio
nodo. Sentirsi LEGATI ad un’altra persona
può avere molte valenze, può farci sentire vicini, ma allo stesso tempo
costretti a quella vicinanza che ci rende vulnerabili. Le parole che usiamo
contribuiscono a creare il contesto in cui viviamo e a costruire un significato
condiviso. Allora il salto è breve ad aver paura di rimanere intrappolati nel
“vincolo” del matrimonio.
Può capitare che spaventino più le parole dei
fatti.
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Musica, contesti & significati (parte prima)
Mi capita spesso, in terapia ma anche e soprattutto nella vita di tutti i
giorni, di imbattermi in situazioni che sottolineano come l’idea di contesto sia
fondamentale per la comprensione del mondo che ci circonda. La cornice permette
di dare un senso agli eventi che sono in essa contenuti e questi ultimi, a loro
volta, concorrono a creare una cornice che permetta di leggerli in un
determinato modo. Circolarità, ovviamente. Bene, oggi è capitato ancora e visto
che dispongo di un blog su cui scrivere ho pensato di utilizzare questo spazio
per ragionarci un po’ su. Mentre stavo scrivendo al computer ascoltando musica,
mi sono imbattuto in una canzone che mi piace moltissimo. E’ una di quelle che
non ti stancheresti mai di ascoltare, di cui scopri ogni volta che la senti una
sfumatura differente. La canzone si chiama One, ed è stata scritta dagli U2 nel
1991 ed è contenuta nel bellissimo album “Achtung baby”. Avendo una connessione
a portata di mano, per la prima volta sono andato a cercare informazioni precise
sul testo (piuttosto insolito) e sui suoi possibili significati. Come sempre se
cedi alla curiosità la rete ti cattura e non ti molla più finché non crolli o
finché qualcuno non ti richiama all’ordine. Ok, ma cosa c’entrano le cornici e
il contesto con una canzone degli U2? Ora arrivo al punto. Ho scoperto che
esistono tre video che sono stati girati per accompagnare la canzone. Bene,
ciascun video fornisce elementi differenti per interpretare il testo della
canzone in modo diverso. Come dire che il video fa da cornice al testo, e le
parole ci permettono di leggere in un determinato modo le immagini che scorrono.
Cambiando la cornice, il significato cambia, e le stesse parole gettano una luce
differente sul significato della storia narrata: un "complesso" rapporto
padre-figlio, un ritratto di una storia d’amore intensa e turbolenta, un
messaggio mistico/filosofico. Bene, ho trovato in rete i tre video ed
effettivamente, accostandoli, il risultato è notevole. Provare per credere! Ecco
i link ai tre video. Video versione 1
Video
versione 2 Video versione3.
Questo è il testo della canzone in inglese (in rete se ne
trovano delle traduzioni in italiano, ma secondo me disambiguando troppo forzano
verso una o l’atra lettura: “tradurre è tradire”!).
Is it getting better?
Or do you feel the same?
Will it make
it easier on you now?
You got someone to blame
You say
One love
One life
When it's one need
In the night
One love
We get to
share it
Leaves you baby if you
Don't care for it
Did I
disappoint you?
Or leave a bad taste in your mouth?
You act like you
never had love
And you want me to go without
Well it's
Too late
Tonight
To drag the past out into the light
We're one, but we're not
the same
We get to
Carry each other
Carry each other
One
Have you come here for forgiveness?
Have you come to raise the dead?
Have you come here to play Jesus?
To the lepers in your head
Did
I ask too much?
More than a lot.
You gave me nothing,
Now it's all I
got
We're one
But we're not the same
Well we
Hurt each other
Then we do it again
You say
Love is a temple
Love a higher law
Love is a temple
Love the higher law
You ask me to enter
But
then you make me crawl
And I can't be holding on
To what you got
When all you got is hurt
One love
One blood
One life
You
got to do what you should
One life
With each other
Sisters
Brothers
One life
But we're not the same
We get to
Carry
each other
Carry each other
One
One
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Musica, contesti & significati (parte seconda)
Riprendo il discorso sulle differenti letture di un messaggio in base al contesto in
cui è inserito. Nel post precedente ho utilizzato come esempio la canzone “One”
degli U2 e le differenze date dai tre video girati per illustrare il testo. Ci
torno perché ho trovato altro materiale che aggiunge spunti a questa riflessione
psico-musicale.
A fornire il contesto per l’interpretazione del testo non
è solo il video. Anche l’artista che canta fa la sua bella differenza. La
versione che mi piace di più di “One” è quella (ri)fatta da Johnny Cash. In
questo caso la lettura del testo propende per la versione “storia d’amore”,
amara, disillusa, conflittuale e per questo molto vera. In questa versione ciò
che cambia è la cornice temporale data dall’autore che esegue il pezzo. Mi
spiego meglio. Se il cantante è un ragazzino (come era Bono ai tempi dell’uscita
dell’album) fa un effetto. Johnny Cash l’ha cantata da vecchio, e vi assicuro
che fa tutt’altra impressione. Ci sono pezzi della sua vita, in quella canzone,
e si sente da come la canta. Non
sono un critico musicale, ma mi piace pensare che “One” sia la visione della relazione di
coppia rivista e corretta di un’altra celebre canzone di Cash “Ring of fire”. Insomma, come a dire che
quello che da ragazzino cantava “The
Taste Of Love Is Sweet/When Hearts Like Ours Meet/I Fell For You Like A
Child/Oh, But The Fire Went Wild” (L’amore ha un sapore dolce/Quando due
cuori come i nostri si incontrano/Mi sono innamorato di te come un bambino/Oh,
ma poi il fuoco è diventato selvaggio) poi da uomo maturo canta “We're one/But we're not the same/Well we
Hurt each other/Then we do it again”(Noi siamo uno/ma non siamo lo
stesso/ci feriamo a vicenda/e poi lo rifacciamo ancora). Altre cornici, altre
connessioni e di conseguenza altre sfumature e altri significati.
Per completezza indico il link ad un video con la
versione “Cash style” di “One”, se volete provare la differenza. Eccolo.
In chiusura, passando dal sacro al profano (sempre che
esista una reale differenza…), cambiando ancora cornice, penso ad un’altra
versione della canzone, quella cantata da Bono insieme a Mary J. Blige, ed
utilizzata qualche anno fa da una trasmissione sportiva come commento sonoro ad
un momento particolare della storia italiana… Qui oltre alle immagini del video
sono lgli occhi, o per meglio dire le orecchie e le emozioni dell’ascoltatore a
creare una cornice particolare… Beh, il video
si commenta da
solo!
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Maestri & maestri
Cosa significa insegnare? Cosa significa apprendere? È possibile fare i docenti
o i formatori riuscendo ad essere consapevoli dei propri pregiudizi a riguardo?
Per un lungo periodo della mia carriera di studentessa ho pensato al mio docente
ideale come ad una guida che mi avrebbe condotto nei luoghi più segreti della
conoscenza donandomi la capacità di comprendere i concetti più complessi per poi
vivere una relazione di condivisione di idee perfette… rimanevo lì ad aspettare
questo mentore colto e disponibile che con semplicità mi avrebbe aperto delle
porte a me sconosciute. Ovviamente non ho mai incontrato nessuna persona che si
avvicinasse al mio ideale, anzi, non appena qualcuno dei miei “Maestri” (con la
emme maiuscola) poteva avvicinarsi all’identikit, immancabilmente emergeva un
difetto, una difficoltà o un’incomprensione che lo faceva tornare nel gruppo dei
“comuni mortali”.
Ad un certo punto della mia ricerca mi sono domandata da
quali persone ho imparato qualcosa di significativo per me.
La risposta è stata una lista sorprendentemente lunga di
nomi “imperfetti”.
Anzi mi sono riscoperta a dover inserire nella lista di
maestri (con la emme minuscola) persone insospettabili che proprio con i loro
difetti mi hanno fatto confrontare con una differenza che ha generato un
cambiamento. C’è quel professore del Liceo ottuso e detestabile, che MAI ha
valorizzato una delle mie capacità, a cui probabilmente devo il desiderio di
dimostrare, al contrario, di avere qualcosa di interessante da dire… c’è quella
collega più grande che al tirocinio sembrava prendersela troppo comoda tra una
seduta e l’altra, da cui ho imparato ad archiviare le informazioni di un
colloquio, prima di dedicarmi a quella successiva… c’è quella coppia che si era
rivolta al nostro studio per un problema del figlio, che mi ha insegnato molto
sull’essere genitore.
Alla fine mi sono arresa all’idea che nelle relazioni
siamo sempre docenti e studenti allo stesso momento e che l’esperienza può
essere educativa non solo quando suggeriamo un contenuto nuovo per l’altro, ma
anche quando mostriamo un nostro difetto. Alle volte, anzi, impariamo più dai
“vuoti” che dai “pieni”!
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"Mi verrebbe da dire": la lingua morbida della sistemica
Ogni comunità ha un suo linguaggio particolare, uno slang fatto di modi di dire,
citazioni, rimandi e riferimenti ad un background comune dato spesso quasi per
scontato. Facendo parte di quell’esigua comunità di psicologi e psicoterapeuti
definiti “sistemici”, mi capita spesso di ritrovare in colleghi che conosco da
tempo, ma anche in quelli che incontro per la prima volta, tratti comuni,
soprattutto nel modo di parlare. Quasi come se il linguaggio fosse una sorta di
rete invisibile che connette i vari membri della comunità, spesso anche
indipendentemente dai presupposti delle specifiche scuole di pensiero. Un
esempio su tutti: l’uso dell’allocuzione “mi verrebbe da dire”. Cavolo, la usano
tutti! Mi piacerebbe proprio sapere chi l’ha introdotta per primo, se esiste un
fondatore di questo modo di dire/pensare che enfatizza al massimo grado la
delicatezza con cui spesso i sistemici introducono idee proprie all’interno
della costruzione di ipotesi o punti di vista nella conversazione. E’ quasi come
se i pensieri scappassero dalla bocca di chi parla, forse addirittura contro il
loro desiderio. E non ci si limita al “mi viene da dire”, che sarebbe già una
presa di posizione, si introduce addirittura il condizionale, per rendere
l’affermazione ancor più ipotetica. (Sottinteso: se potessi parlare liberamente)
mi verrebbe da dire, oppure (sottinteso: se dovessi esprimere la mia opinione,
cosa che non ci terrei a fare per non farla pesare troppo) mi verrebbe da dire.
E diciamolo e basta, no? Al pari di questa stanno frasi del tipo “come dire” o,
meglio ancora, “non so come dire”. E poi chiaramente sappiamo benissimo cosa e
come dirlo. Allora perché questa sorta di vezzo verbale così diffuso? E vogliamo
parlare dell’attenzione spasmodica per il feedback? Non appena vediamo un ombra
passare sul viso dell’interlocutore chiudiamo il nostro pensiero con un
preoccupato: “non so se mi sono spiegato…”. E i puntini di sospensione non sono
un optional, sono la garanzia che l’altro possa dire la sua, che possa esprimere
il suo punto di vista. E poi c’è la stoica diffidenza verso il verbo essere,
sostituito spesso dal più morbido “sembrare”, c’è l’utilizzo a piene mani (quasi
un abuso) dei termini “connessione”, “relazione”, “sistema”, “circolare”,
“complesso/complessità”, c’è l’obbligo di citare Bateson ogni tre frasi, la
“pragmatica della comunicazione” ogni cinque e, per fare davvero i raffinati,
almeno una volta per conversazione Einz Von Foerster (che contrariamente a
quanto si possa pensare non è il produttore di una marca di birra tedesca!). Mi verrebbe quasi da dire
che con tutti i suoi condizionali e le sue cortesi esitazioni, questo modo di
parlare esprima bene la “morbidezza” della visione sistemica, che antepone la
molteplicità dei punti di vista all’univocità della verità assoluta, le ipotesi
alle teorie. Come dire che in questo modo di parlare si possono
ritrovare alcuni dei principi che guidano l’epistemologia sistemica.
Insomma, sembra quasi che ci sia una connessione, una
relazione, probabilmente circolarecomplessa, tra
linguaggio e pensiero sistemico. Non so se mi sono spiegato…
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Cartoni animati 2.0
Qualche settimana fa, facendo pigramente colazione davanti alla tivvù mi sono
imbattuto in uno strano cartone animato, di quelli che ai miei tempi non
esistevano. E non si trattava tanto del contenuto, che era pure originale,
quanto della modalità di fruizione che il cartone proponeva ai piccoli (nel mio
caso nemmeno troppo!) spettatori. Il titolo del cartone è “Little einsteins” e
se non vi è mia capitato di vederne nemmeno una puntata potete andare qui
(la pagina introduttiva) e soprattutto qui
(selezionate il video "tutti pronti per il
decollo") e sperimentare direttamente ciò di cui parlo. La prima cosa che
colpisce è il fatto che i protagonisti parlano in camera, rivolgendosi
direttamente agli spettatori. Non l’avevo mai visto fare prima in un cartone
animato e sono rimasto abbastanza colpito dalla confidenza con cui i bambini
animati erano soliti rivolgersi ai loro coetanei al di qua dello schermo.
L’altra cosa insolita e, a suo modo assolutamente magnetica, è che si rivolgono
ai piccoli amici in carne ed ossa per ottenere un aiuto nel portare a termine le
loro missioni virtuali. Ad esempio: coinvolgono il pubblico incitandolo a
battere le mani per far decollare un’astronave, propongono indovinelli e
lasciano il tempo per pensare una risposta prima di risolvere l’enigma, chiedono
di cantare insieme a loro canzoncine create sulle note di brani di musica
classica per ottenere determinati effetti sull’evolversi della trama… Poiché il
cartone coniuga questo alto livello di interattività con finalità educative (in
particolar modo punta ad avvicinare bimbi in fascia pre-scolare alla musica e
all’arte) l’effetto è a dir poco sensazionale. Mi vengono in mente due
considerazioni. La prima è che il concetto di interattività sta gradualmente
permeando ogni aspetto della tecnologia, rendendo lo spettatore sempre più parte
attiva nel processo di fruizione. La seconda è che spesso rischia di esserci più
interattività nel seguire un cartone animato alla televisione che nel seguire
una lezione dal vivo in aula...
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Appunti per una scuola "diversamente curiosa"
Potete giudicare quanto intelligente è un uomo dalle sue risposte.
Potete
giudicare quanto è saggio dalle sue domande.
Nagib
Mahfuz
Dov’è finita la curiosità nella scuola? Sarei proprio
curioso di saperlo! Perché girando da ormai quasi una decina d’anni per le
scuole della provincia della mia città ne ho trovata davvero ben poca. Ce n’è
traccia in alcuni (pochi, troppo pochi!) docenti, stanchi delle solite
metodologie di insegnamento e curiosi di accostarsi a nuove idee. Ce n’è in
qualche dirigente “illuminato” che promuove progetti creativi per i suoi
insegnanti, anziché accontentarsi dei soliti corsi di inglese e informatica. Ne
ho trovata pochissima, ahimè, negli alunni, per lo più stanchi, annoiati e
sempre più indaffarati nel dare risposte corrette e sempre meno interessati a
fare domande spontanee. Del resto che spazio avrebbero per farne? Ben poco. Sono
abituati a riceverle le domande, non a farle. E questo è un vero peccato, perché
quando riescono a farne, quando cioè ne hanno lo spazio e riescono ad uscire dai
binari, ne hanno di veramente interessanti… Mi domando allora: chissà che cosa
accadrebbe se la valutazione degli alunni fosse espressa anche in base al grado
di curiosità delle domande che fanno e non solo alla correttezza delle risposte
che forniscono?
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In che Mondo viviamo? Una scommessa postmoderna
Questa è una storia.
Se volessimo banalizzare il tutto si potrebbe dire che è
la storia di una scommessa, ma mi piace pensare che sia anche qualcosa di più.
Per come l’ho vissuta io è la storia di un incontro tra culture diverse, tra
pregiudizi ed è anche la storia di come siamo abituati a pensare che il nostro
punto di vista sia l’unico possibile.
Comincia così, con una telefonata: “Alessandro, sono io,
posso chiederti una cosa, tu che sai usare internet?”. Sono circa le dieci della
mattina e al telefono c’è mia nonna. Il tono è quello di urgenza e
contemporaneamente di imbarazzo. “Puoi cercare da qualche parte quanti sono i
continenti?”.
Che razza di domanda è questa? Ci sarà mica bisogno
di andare in internet o a sfogliare un’enciclopedia per trovare una risposta!
La risposta mi pare ovvia. Così prendo la faccenda sotto gamba e rischio di
perdermi una bella storia da raccontare. Liquido il tutto con uno sbrigativo:
“Beh, sono cinque, no?”. Fortunatamente la risposta non è soddisfacente, e mia
nonna, sempre meno imbarazzata e sempre più compiaciuta, mi spiega il senso
della domanda.
Scopro così che la signora che fa le pulizie a casa sua è
stata testimone di una scommessa avvenuta nel cortile della palazzina in cui
abita. Due coinquilini, uno italiano e l’altro albanese, hanno scommesso soldi
sul numero esatto dei continenti. L’italiano era disposto a giocarsi lo
stipendio di un mese sul fatto che fossero cinque mentre l’albanese avrebbe
fatto la stessa cosa ad occhi chiusi impuntandosi sul fatto che invece fossero
sei. Prima che ciascuno andasse in soffitta a recuperare polverosi libri delle
medie che, per un banale fatto linguistico, sarebbero risultati comprensibili a
lui soltanto, avevano deciso di affidarsi a pareri esterni che potessero
convalidare l’una versione o l’altra. Da qui la telefonata a mia nonna e poi a
me.
La questione era più seria del previsto e meritava
qualche sforzo in più. Così mi prendo cinque minuti di tempo e comincio a fare
qualche ricerca, partendo da un atlante scolastico. Per l’autore non ci sono
dubbi: i continenti sono cinque. Bene, comincio a rilassarmi un po’. In fin dei
conti il Mondo è ancora lì al suo posto, dov’è sempre stato. Poi però mi viene
uno scrupolo di coscienza e provo a fare una brevissima ricerca in internet.
Le mie certezze crollano davanti ad una pagina di
wikipedia. Scopro con un misto di
curiosità e disagio che non esiste una classificazione universale dei
continenti, ma che ne esistono più d’una! Si va da un massimo di sette
continenti ad un minimo di quattro, a seconda della teoria classificatoria
adottata! Immagino dunque che per la scommessa fosse cruciale l’annessione o
meno dell’Antartide, che è sì un continente a tutti gli effetti da un punto di
vista strettamente geografico ma, essendo disabitato, può non rientrare a pieno
titolo nella categoria in base ad un criterio geopolitico (ecco perché i cerchi
olimpici sono solo 5! Chi potrebbe partecipare per l’Antartide?). Tutti e due
gli scommettitori erano vincenti ed entrambi i libri di testo sarebbero stati
ugualmente attendibili. Per quanto concreto possa sembrare, anche il Mondo
dunque sembra non sfuggire alla logica relativistica postmoderna!
Mi sorge
allora una domanda: che posto ci può ancora essere per le verità assolute e per
le teorie universali, se anche la terra su cui camminiamo sfugge alle più
scontate classificazioni?
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