È
con una certa cautela che ci troviamo a parlare, da terapeuti
sistemici, di una patologia così largamente diffusa e
così strettamente
connessa a fattori fisiologici come è l’asma
bronchiale. Questo atteggiamento
circospetto può essere ricondotto a grandi linee alla
difficoltà di riflettere
su un oggetto così sfuggente e sfumato quale è la
malattia psicosomatica, per
definizione a cavallo tra mente e corpo. Nel caso poi
dell’asma, di cui molto
si è detto e si dice da un punto di vista medico, la cautela
cresce di pari
passo alla consapevolezza del fatto che la psicoterapia può
giocare un ruolo
sicuramente importante ma non sempre fondamentale nel trattamento della
malattia,
di norma principalmente farmacologico. Nonostante sia ormai accertato
clinicamente che la sfera emotiva possa rivestire un ruolo fondamentale
nell’insorgenza delle crisi asmatiche, difficilmente le
famiglie si rivolgono
in prima battuta allo psicoterapeuta per un problema che viene inteso
dalla
collettività come prevalentemente medico. In questa
situazione la sfida che si
trova ad affrontare la psicoterapia è proprio quella di
riuscire a favorire una
non sempre semplice integrazione tra mente e corpo, cercando di
(ri)costruire
nuovi significati psicologici e relazionali da assegnare a quelle crisi
insolite, che insorgono in assenza di apparenti stimoli allergenici,
non
riconducibili ad alcun elemento chimico, fisico o, più in
generale, corporeo.
Questi significati, secondo la teoria sistemica, vengono co-costruiti
nella
conversazione terapeutica insieme al paziente, o alla famiglia, e vanno
ricercati nelle comunicazioni, nelle narrazioni e nelle particolari
modalità
relazionali che legano tra loro i membri del sistema. Così
è possibile ridare
un senso alle misteriose crisi di un bambino che si verificano
“casualmente”
proprio mentre i genitori stanno discutendo in modo acceso, o agli
accessi che
insorgono ogni volta che un qualcuno fa salire “la
temperatura” della
conversazione. Poiché la malattia di un membro della
famiglia ha notevoli
implicazioni su tutti gli altri, da un punto di vista emotivo e
relazionale,
diviene allora indispensabile, per poter comprendere meglio il
significato di
tali sintomi, allargare il campo di osservazione ad un contesto
più ampio
(Watzlawick et al. 1971). La nostra attenzione verrà
pertanto rivolta non solo
all’individuo ma anche al suo principale sistema di
riferimento: il suo nucleo
familiare.
L’asma e sintomi
psicosomatici all’interno
del contesto familiare
Possiamo
considerare la famiglia come un sistema in cui la
totalità è qualcosa di più della
semplice somma dei singoli elementi che la
compongono. Ad esempio, si può paragonare la famiglia ad un
organismo complesso
che raggiunge un equilibrio interno, interagisce con il mondo esterno
ed ha
un’evoluzione nel tempo (Bateson 1976). I componenti della
famiglia sono tra
loro interconnessi ed un evento che coinvolge un suo membro
inevitabilmente
avrà ripercussioni su tutti gli altri, nel bene e nel male.
Il
sintomo allora per essere compreso e superato deve
essere collocato all’interno del sistema in cui si manifesta
e perdura nel
tempo, allargando il campo di osservazione a tutta la famiglia.
Quando
un membro della famiglia soffre di asma, le crisi
respiratorie, i metodi di cura e le reazioni degli altri familiari
possono
assumere dei significati peculiari per ciascun nucleo. Ogni
comportamento evoca
dei significati precisi, delle emozioni particolari e attraverso
l’osservazione
delle famiglie possiamo ascoltare un “discorso senza
parole”. Ad esempio la
sensazione di “fame d’aria”
verrà vissuta da un bambino in modo molto
differente a seconda delle reazioni che susciterà nei suoi
genitori, se anche
loro si sentono morire insieme al figlio oppure
provano rabbia verso una malattia imprevedibile o ancora sospendono i
conflitti per curare il piccolo.
Conoscere
la famiglia ci è quindi utile per comprendere in
quale modo i comportamenti messi in atto nel sistema possono
influenzare la frequenza
o l’intensità delle crisi, a parità di
condizioni cliniche generali.
Le
relazioni all’interno della famiglia non solo possono
influenzare l’insorgenza delle crisi, ma anche
un’eventuale cronicizzazione dei
sintomi. Può avvenire che tutta la vita del sistema e dei
suoi membri si
riorganizzi in funzione del sintomo,
generando una sorta di “paralisi del tempo della
famiglia”, che nel tentativo
di fronteggiare la malattia ne resta inevitabilmente schiava. Per
mantenere
questo equilibrio ogni giorno deve essere uguale al precedente e
possono essere
visti come potenzialmente minacciosi tutti quei cambiamenti che
appartengono
alla normale evoluzione di vita dei figli e dei genitori. Se questo
assetto
familiare può essere utile nel breve periodo, rischia di
diventare iatrogeno
con il passare degli anni, poiché a ciascun familiare viene
assegnato un ruolo
da impersonare in una rappresentazione senza fine, nella quale, ad
esempio, il
paziente non può che essere “il malato”,
la madre “l’infermiera”, il fratello
“il guardiano” e così via…
Quale
ruolo assume allora il sintomo nel contesto familiare
con il passare del tempo?
Se
facciamo riferimento alle parole di Watzlawich secondo
cui “è impossibile non comunicare”
(Watzlawick et al. 1971), anche il sintomo
ed i comportamenti ad esso associati possono avere il valore di un
messaggio
comunicativo trasmesso dal paziente alla sua famiglia. Un po’
come se un figlio
dicesse ai genitori: “Se litigate, io starò
male”, oppure “Se mi
sgridi, mi uccidi”, ma anche: “Se ci divertiamo
troppo, potrei stare
male”.
Questa
modalità di comunicazione, che non viene scelta
esplicitamente o deliberatamente, è estremamente immediata e
crea una cornice
di significato che può condizionare il modo di reagire alle
crisi da parte di
tutta la famiglia. Una reazione possibile a questo tipo di
comunicazione può
essere una sopravvalutazione dello stato di salute rispetto allo stato
emotivo
delle persone. Di fronte al rischio della vita stessa, preoccuparsi
delle
emozioni sembrerebbe fuori luogo. Con queste premesse potremo osservare
famiglie che ormai sono disabituate a parlare delle proprie
emozioni, assimilando lo stato di salute al benessere
psicologico, creando l’equivalenza: “Se sei in
salute, allora sei felice”.
Ci saranno allora persone che parleranno sempre meno di emozioni e
sempre più
di sintomi somatici.
Talvolta,
ascoltando le conversazioni di queste famiglie,
sembra di assistere ad un convegno di medicina generale dove tutti sono
esperti
di patologie e dibattono sulle terapie più adeguate da
sottoporre al paziente
di turno. A fronte di questa elevata competenza sulla sofferenza del
corpo si
può riscontrare una scarsa familiarità con la
sofferenza dell’animo, che
rischia di diventare incomunicabile. Il sintomo asmatico può
allora avere anche
un significato metaforico, poiché il paziente può
servirsi delle proprie crisi
per comunicare un proprio stato di disagio psicologico, ribaltando
l’equivalenza e dicendo: “Sto male, allora sono
infelice”.
Un altro
valore che può assumere la crisi asmatica è
quello
di “termometro delle emozioni”: non appena il clima
della conversazione
raggiunge una temperatura critica il paziente può dare segni
di disagio fisico.
Il concetto di emozione rischiosa è molto diverso per ogni
famiglia e ciò che a
prima vista sembra inspiegabile, assume un significato peculiare nella
cultura
di ogni sistema.
Avere
un sintomo può dare un enorme potere nelle relazioni,
perché rende la persona in qualche modo privilegiata ed al
centro
dell’attenzione, infatti tutti sembrano guardare al paziente
come
al fulcro
della vita familiare. D’altro canto, con il passare del
tempo, la
persona viene
sempre più identificata esclusivamente con il proprio
sintomo,
diventando
sempre di più “l’asmatico” e
sempre meno
“il figlio” o “il
marito”… tanto che
viene da domandarsi quale posto avrebbe il paziente in famiglia se non
avesse
più il sintomo.
Queste
dinamiche, che in minima parte sono presenti in
tante famiglie, in alcuni casi hanno delle gravi conseguenze, ad
esempio nel
caso in cui le crisi d’asma diventino imprevedibili e molto
frequenti o ancora
nel caso in cui l’equilibrio creato attorno al sintomo perda
la sua funzione
protettiva e generi sofferenza agli altri membri della famiglia.
Quale
intervento terapeutico?
All’interno
del modello sistemico-relazionale esistono,
come in quasi tutti i modelli teorici, differenti correnti di pensiero
che si
traducono poi in altrettante tipologie specifiche di intervento. In
questa sede
ci limiteremo a prendere in esame solo alcune idee legate
all’intervento
terapeutico mutuandole da terapeuti sistemici appartenenti ad alcune di
queste
correnti di pensiero.
Salvador
Minuchin (Minuchin et al. 1975; Minuchin et al.
1980) ha definito alcune linee guida per il trattamento dei disturbi
psicosomatici facendo riferimento al modello strutturale da lui
teorizzato.
Partendo dalla definizione di alcuni pattern relazionali costanti nelle
famiglie “psicosomatiche” ha elaborato una
strategia terapeutica basata sulla
sfida che il terapeuta deve porre ai membri della famiglia per poter
ottenere
un cambiamento. Il terapeuta, ad esempio, può sfidare
l’invischiamento
familiare, una modalità di relazione identificabile come
tendenza ad una
estrema coesione che non lascia spazio a forme di
individualità e che prevede
una scarsa differenziazione dei confini generazionali. Altrettanto
importante
può essere sfidare la tendenza
all’iperprotettività genitoriale, che rischia di
ritardare notevolmente il processo di autonomizzazione dei figli
malati, che si
vedono lentamente costretti a rinunciare, sempre per il loro bene, a
tutto ciò
che sta al di fuori della vita familiare. O favorire una presa di
coscienza
dell’iperprotettività dei figli nei confronti
della famiglia, che con i loro
sintomi permettono alla famiglia di rimanere unita. Infine è
anche possibile
lavorare sull’esplicitazione dei conflitti, che solitamente,
proprio a causa
della tendenza all’invischiamento ed
all’iperprotettività, rimangono sotto
soglia e creano un clima carico di nervosismo e tensione. In
quest’ottica l’accento
viene posto sull’idea che il cambiamento debba passare
attraverso una
riorganizzazione delle relazioni che intercorrono all’interno
dei membri del
sistema, e dei loro ruoli, creando una frattura in
quell’equilibrio omeostatico
che la famiglia ha creato e che in qualche modo favorisce la
persistenza del
problema.
Luigi
Onnis (1985, 2006) mette inoltre in risalto
l’importanza di un lavoro terapeutico integrato che, agendo a
livelli
differenti, possa restituire al corpo un senso globale del suo essere,
che
comprenda biologia, emozioni e relazioni. Attraverso un lavoro di
significazione relazionale del sintomo asmatico, diviene possibile
restituire
all’individuo, ed alla famiglia, le parole perdute, proprio
rendendo esplicito
e comunicabile ciò che in precedenza poteva essere espresso
solo attraverso un
comportamento doloroso.
In una
prospettiva narrativa potremmo invece osservare
come la storia familiare, bloccata dal sintomo in un eterno presente,
aprendosi
al cambiamento possa riprende a scorrere, permettendo ai membri della
famiglia
di sperimentare nuove possibili storie alternative. In accordo con
quanto
sostenuto da Von Foerster (1994) possiamo notare allora come il lavoro
terapeutico in questo caso, massimizzando le risorse del sistema e dei
suoi membri,
punti essenzialmente proprio ad aumentare le possibilità di
scelta della
famiglia, liberando gli individui dall’idea di un percorso
immutabile, di un
destino già segnato.
BIBLIOGRAFIA
- Bateson G.
“Verso
un’ecologia della mente”, Adelphi Edizioni, Milano
1976 (ediz. orig. 1972)
- Minuchin
S., Baker L., Rosman B.L., Liebman R., Milman L., Todd T. “A
conceptual model
in psychosomatic illness in children”, Archives
of General Psychiatry 32, 1031-1038
- Minuchin S., Rosman
B.L., Baker L. “Famiglie
psicosomatiche”, Astrolabio – Ubaldini Editore,
Roma 1980 (ediz. orig. 1978)
- Onnis, L.
“Corpo e contesto. Terapia familiare dei
disturbi psicosomatici”, La Nuova Italia Scientifica, Roma
1985.
- Onnis, L.
“Quando il corpo parla nella famiglia. un
approccio sistemico integrato alla malattia somatica cronica”
in a cura di
Ugazio, V. “Famiglie Gruppi e individui: le molteplici forme
della terapia
sistemico relazionale”, Franco Angeli, Milano 2006.
- Von Foerster H.
“Etica e cibernetica di secondo
ordine”, Psicobiettivo, 14, 3, 47 -57
- Watzlawick P., Beavin
J. H., Jackson D.D. “Pragmatica
della comunicazione umana”, Astrolabio – Ubaldini
Editore, Roma 1971 (ediz
orig. 1967)