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Perchè gli insegnanti hanno bisogno
di alunni difficili?

Di Alessandro Mascherpa e Maria Chiara Gozellino.
   
   
   
Spesso, parlando del disagio scolastico,  ci si sofferma sui motivi per cui sempre più alunni etichettati come “difficili” abbiano evidente bisogno di insegnanti non solo sempre più competenti nello svolgere il loro lavoro, ma anche e soprattutto sempre più preparati a gestire situazioni non strettamente legate ad un loro percorso formativo. All’interno di un’ottica che sottolinei la circolarità della relazione alunno-insegnante, la domanda che ci siamo posti vuole essere un invito a pensare al lato di tale relazione preso generalmente meno in considerazione.
Partendo dal presupposto che le relazioni umane nascono e crescono sull’incontro di reciproci bisogni, quali bisogni potrebbe mai trovare soddisfatti un insegnante nella relazione con un alunno difficile? Da questi presupposti nasce la domanda che dà il titolo al nostro intervento, che non si pone tanto l’obiettivo di dare risposte, quanto quello di favorire una riflessione più ampia e, speriamo, fuori dagli schemi del comune modo di intendere il complesso rapporto alunno-insegnante.
 
La danza della conoscenza reciproca tra alunno e insegnante
Quando insegnante e alunno si incontrano per la prima volta avviano un processo di conoscenza reciproca. Molto spesso bastano poche occhiate o qualche parola per cominciare a costruirsi un’idea di come l’altro sia fatto. Alla fine del giro di presentazioni, il primo giorno di scuola, alunni ed insegnante hanno già raccolto numerose informazioni e si sono fatti un primo quadro della situazione. Basti pensare all’idea che un insegnante si può fare di un alunno che mentre gli altri si presentano si alza in piedi e comincia a girare per la classe. O l’idea che un alunno si può fare di un insegnante che entri in classe con andatura marziale ed ottenga il silenzio battendo un pungo sulla cattedra. Ciascuno dei due propone all’altro (o agli altri, nel caso dell’insegnante) una modalità di relazione, sollecita una risposta, formula un invito a danzare secondo determinate regole.
L’alunno, con il suo modo di entrare in relazione, tende a sollecitare nell’insegnante differenti ruoli, connessi ciascuno a differenti motivazioni. Ad esempio un alunno mostrandosi bisognoso di affetto solleciterà in un insegnante un senso di accudimento, un alunno ribelle solleciterà contenimento da parte dell’insegnante… Ciascun insegnante può trovare in sé differenti parti, o ruoli, che bene si accordano con i bisogni esplicitati dagli alunni (Ad esempio la vocazione ad essere missionario o dittatore o assistente sociale…). Tali ruoli giocati dall’insegnante nella relazione sono strettamente connessi alle motivazioni che hanno spinto il docente ad intraprendere la carriera di “educatore”.
Ciascun insegnante solleciterà poi a sua volta negli alunni differenti modi di essere e di comportarsi, che corrispondono a diversi bisogni. Ad esempio un insegnante autoritario, che trova nella relazione educativa la gratificazione tipica dei brillanti condottieri, potrà sollecitare accondiscendenza o ribellione, un insegnante molto attivo, che vede nell’arte di insegnare l’espressione della propria geniale creatività, potrà sollecitare atteggiamenti passivi da parte degli alunni.
Ciascun insegnante potrebbe conoscere molto di sé se si ponesse alcune domande in merito alla relazione educativa che intraprende ogni giorno con i propri alunni. Ad esempio potrebbe chiedersi quali motivazioni soggiacciano alla scelta della propria professione, quali stimoli alla curiosità e al cambiamento ci siano ancora dopo anni di insegnamento, quali bisogni propri vengono soddisfatti nella relazione con gli alunni.
Se la relazione educativa funziona, ciascuno dei due membri riceve una gratificazione di un bisogno intrinseco. Così l’insegnante ritrova nuove energie e rinvigorisce la sua motivazione all’insegnamento e l’alunno può trovare la guida, o il genitore, o il benefattore, o il contenimento o la disciplina che cerca in quella relazione.
Purtroppo data la situazione attuale l’insegnante non ha più risorse per misurarsi contemporaneamente con tutti i ruoli che gli vengono sollecitati dai differenti alunni, svolgendo a turno ruoli sempre più diversi e distanti l’uno dall’altro. Si ritrova così ad avere relazioni solo parzialmente gratificanti che spesso non sono sufficienti a soddisfare le necessità loro e degli alunni.
 
Un modo alternativo di vedere la relazione educativa
La relazione docente alunno, per come è impostata nella maggior parte delle situazioni didattiche, è molto sbilanciata. Spesso l’insegnante dall’alto passa informazioni e contenuti all’alunno che si trova sempre un gradino più in basso. C’è chi spiega e chi prende appunti, chi parla e chi deve ascoltare in silenzio, chi detiene il sapere e chi deve colmare delle lacune. Apprendimento ed insegnamento sono collocati sui punti estremi di un vettore e identificati rigidamente con la figura di alunno ed insegnante.
Intendere la relazione in questo modo significa aumentare al massimo il controllo dell’insegnante sulla relazione educativa, cosa che spesso viene avvertita come rassicurante da parte di molti docenti che sentono di avere la situazione in pugno, dall’alto delle loro competenze. Il rischio in questa modalità relazionale è però quello di finire per deresponsabilizzare l’alunno, rendendolo passivo spettatore della propria istruzione. L’insegnante viene inoltre sovraccaricato dal compito immane di “passare conoscenze” a persone che non fanno il minimo sforzo per acquisirle e si ritrova a remare da solo per tutti i passeggeri della nave.
Restituire competenza agli alunni e valorizzare le loro risorse può rendere il processo dell’insegnamento meno faticoso e più efficace, utilizzando le risorse di entrambi i poli della relazione e non solo quelle dell’insegnante. Ciò significa impostare una relazione educativa che possa prevedere momenti di scambio, in cui sono gli insegnanti ad apprendere dagli alunni, sicuramente più competenti di loro in molte materie (spesso considerate “extrascolastiche”!).
Anche i ragazzi “difficili” possono essere visti per le competenze che possiedono e per le risorse che possono mettere a disposizione del gruppo e non solo per il disagio che manifestano nella relazione con l’adulto. Utilizzare la differenza come risorsa per l’apprendimento significa pensare ad una nuova dimensione dell’insegnare, in cui alunni e docenti possono essere compagni di viaggio. La curiosità può essere uno strumento utile per aiutare studenti e docenti a guardarsi con occhi differenti. Solo se si osserva in modo curioso si può essere spinti ad un ascolto che vada aldilà di ciò che già conosciamo delle persone che ci circondano.
   

   

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