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Spesso,
parlando del disagio
scolastico, ci si sofferma sui motivi
per cui sempre più alunni etichettati come
“difficili” abbiano evidente bisogno
di insegnanti non solo sempre più competenti nello svolgere
il loro lavoro, ma
anche e soprattutto sempre più preparati a gestire
situazioni non strettamente
legate ad un loro percorso formativo. All’interno di
un’ottica che sottolinei
la circolarità della relazione alunno-insegnante, la domanda
che ci siamo posti
vuole essere un invito a pensare al lato di tale relazione preso
generalmente
meno in considerazione.
Partendo
dal presupposto che le
relazioni umane nascono e crescono sull’incontro di reciproci
bisogni, quali
bisogni potrebbe mai trovare soddisfatti un insegnante nella relazione
con un
alunno difficile? Da questi presupposti nasce la domanda che
dà il titolo al
nostro intervento, che non si pone tanto l’obiettivo di dare
risposte, quanto
quello di favorire una riflessione più ampia e, speriamo,
fuori dagli schemi
del comune modo di intendere il complesso rapporto alunno-insegnante.
La
danza della conoscenza reciproca tra alunno e insegnante
Quando
insegnante e alunno si
incontrano per la prima volta avviano un processo di conoscenza
reciproca.
Molto spesso bastano poche occhiate o qualche parola per cominciare a
costruirsi un’idea di come l’altro sia fatto. Alla
fine del giro di
presentazioni, il primo giorno di scuola, alunni ed insegnante hanno
già
raccolto numerose informazioni e si sono fatti un primo quadro della
situazione. Basti pensare all’idea che un insegnante si
può fare di un alunno
che mentre gli altri si presentano si alza in piedi e comincia a girare
per la
classe. O l’idea che un alunno si può fare di un
insegnante che entri in classe
con andatura marziale ed ottenga il silenzio battendo un pungo sulla
cattedra.
Ciascuno dei due propone all’altro (o agli altri, nel caso
dell’insegnante) una
modalità di relazione, sollecita una risposta, formula un
invito a danzare
secondo determinate regole.
L’alunno,
con il suo modo di
entrare in relazione, tende a sollecitare nell’insegnante
differenti ruoli,
connessi ciascuno a differenti motivazioni. Ad esempio un alunno
mostrandosi
bisognoso di affetto solleciterà in un insegnante un senso
di accudimento, un
alunno ribelle solleciterà contenimento da parte
dell’insegnante… Ciascun
insegnante può trovare in sé differenti parti, o
ruoli, che bene si accordano
con i bisogni esplicitati dagli alunni (Ad esempio la vocazione ad
essere
missionario o dittatore o assistente sociale…). Tali ruoli
giocati
dall’insegnante nella relazione sono strettamente connessi
alle motivazioni che
hanno spinto il docente ad intraprendere la carriera di
“educatore”.
Ciascun
insegnante solleciterà
poi a sua volta negli alunni differenti modi di essere e di
comportarsi, che
corrispondono a diversi bisogni. Ad esempio un insegnante autoritario,
che
trova nella relazione educativa la gratificazione tipica dei brillanti
condottieri, potrà sollecitare accondiscendenza o
ribellione, un insegnante
molto attivo, che vede nell’arte di insegnare
l’espressione della propria
geniale creatività, potrà sollecitare
atteggiamenti passivi da parte degli
alunni.
Ciascun
insegnante potrebbe
conoscere molto di sé se si ponesse alcune domande in merito
alla relazione
educativa che intraprende ogni giorno con i propri alunni. Ad esempio
potrebbe
chiedersi quali motivazioni soggiacciano alla scelta della propria
professione,
quali stimoli alla curiosità e al cambiamento ci siano
ancora dopo anni di
insegnamento, quali bisogni propri vengono soddisfatti nella relazione
con gli
alunni.
Se la
relazione educativa
funziona, ciascuno dei due membri riceve una gratificazione di un
bisogno
intrinseco. Così l’insegnante ritrova nuove
energie e rinvigorisce la sua
motivazione all’insegnamento e l’alunno
può trovare la guida, o il genitore, o
il benefattore, o il contenimento o la disciplina che cerca in quella
relazione.
Purtroppo
data la situazione
attuale l’insegnante non ha più risorse per
misurarsi contemporaneamente con
tutti i ruoli che gli vengono sollecitati dai differenti alunni,
svolgendo a
turno ruoli sempre più diversi e distanti l’uno
dall’altro. Si ritrova così ad
avere relazioni solo parzialmente gratificanti che spesso non sono
sufficienti
a soddisfare le necessità loro e degli alunni.
Un
modo alternativo
di vedere la relazione educativa
La
relazione docente alunno, per
come è impostata nella maggior parte delle situazioni
didattiche, è molto
sbilanciata. Spesso l’insegnante dall’alto passa
informazioni e contenuti
all’alunno che si trova sempre un gradino più in
basso. C’è chi spiega e chi
prende appunti, chi parla e chi deve ascoltare in silenzio, chi detiene
il
sapere e chi deve colmare delle lacune. Apprendimento ed insegnamento
sono
collocati sui punti estremi di un vettore e identificati rigidamente
con la
figura di alunno ed insegnante.
Intendere
la relazione in questo
modo significa aumentare al massimo il controllo
dell’insegnante sulla
relazione educativa, cosa che spesso viene avvertita come rassicurante
da parte
di molti docenti che sentono di avere la situazione in pugno,
dall’alto delle
loro competenze. Il rischio in questa modalità relazionale
è però quello di finire
per deresponsabilizzare l’alunno, rendendolo passivo
spettatore della propria
istruzione. L’insegnante viene inoltre sovraccaricato dal
compito immane di
“passare conoscenze” a persone che non fanno il
minimo sforzo per acquisirle e
si ritrova a remare da solo per tutti i passeggeri della nave.
Restituire
competenza agli alunni
e valorizzare le loro risorse può rendere il processo
dell’insegnamento meno
faticoso e più efficace, utilizzando le risorse di entrambi
i poli della
relazione e non solo quelle dell’insegnante. Ciò
significa impostare una
relazione educativa che possa prevedere momenti di scambio, in cui sono
gli
insegnanti ad apprendere dagli alunni, sicuramente più
competenti di loro in
molte materie (spesso considerate
“extrascolastiche”!).
Anche i
ragazzi “difficili”
possono essere visti per le competenze che possiedono e per le risorse
che
possono mettere a disposizione del gruppo e non solo per il disagio che
manifestano nella relazione con l’adulto. Utilizzare la
differenza come risorsa
per l’apprendimento significa pensare ad una nuova dimensione
dell’insegnare,
in cui alunni e docenti possono essere compagni di viaggio. La
curiosità può
essere uno strumento utile per aiutare studenti e docenti a guardarsi
con occhi
differenti. Solo se si osserva in modo curioso si può essere
spinti ad un
ascolto che vada aldilà di ciò che già
conosciamo delle persone che ci
circondano.
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